Venerdì 27 febbraio è stata inaugurata “Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero” la prima mostra organizzata dalla Fondazione di Venezia nella sua nuova sede di Palazzo Flangini, alla presenza Direttore Generale Giovanni Dell’Olivo, del curatore Denis Curti e di Susanna Berengo Gardin, figlia del fotografo.
L’omaggio al maestro

L’esposizione, in collaborazione con la Fondazione Le Stanze della Fotografia, rappresenta un omaggio al grande maestro, a sei mesi dalla sua scomparsa. Si tratta di un momento simbolico, in cui la Fondazione di Venezia apre le porte della sua nuova casa alla città mettendo in mostra le opere di uno dei maggiori protagonisti della fotografia italiana del Novecento che ha intessuto con la Fondazione un legame di profonda intesa artistica culminato con la donazione, nel 2021, di trentasei stampe fotografiche in bianco e nero, parte del progetto “La più gioconda veduta del mondo” ed entrate a fare parte della sua collezione fotografica permanente.
34 stampe di Berengo

Al piano terra del palazzo affacciato sul Canal Grande (Cannaregio 251a-253c) sono dunque esposte fino al 30 giugno prossimo trentaquattro stampe fotografiche in bianco e nero del tutto inedite: una serie di immagini, mai esposta fino ad ora, nata da una straordinaria coincidenza biografica e letteraria. Berengo Gardin, ospite dell’amico Renato Padoan a Palazzo Bollani, scoprì che in quelle stanze aveva vissuto Pietro Aretino.
Un pensiero a Pietro Aretino



Affacciato alla stessa finestra, dove era stato nel 1537 l’intellettuale rinascimentale, il fotografo volle guardare con i propri occhi ciò che Aretino aveva visto secoli prima. Un dialogo a distanza, mutate le condizioni storiche, ma immutata la meraviglia che riempiva e riempie quegli occhi, suscita le stesse emozioni, la stessa sorpresa. Da quella finestra affacciata sul ponte di Rialto le architetture sono sempre le stesse, sono cambiati i gesti della vita quotidiana che scorre di sotto, ma non è cambiata la vivacità di una città che non finisce mai di stupire e che non si finisce mai di ammirare.
La genialità del fotografo


Nelle parole del curatore e della figlia del maestro è emersa la genialità di un fotografo che non voleva essere chiamato “artista”, perché si riteneva un artigiano, e che ha messo al centro del suo lavoro l’impegno e la passione civile sviluppando progetti come ad esempio quello intitolato “Morire di classe” (1969) in cui ha testimoniato, insieme a Carla Cerati, la condizione dei manicomi prima della legge Basaglia, oppure il quotidiano passaggio di mastodontiche navi da crociera nella laguna di Venezia, realizzato tra il 2012 e il 2014. Il suo era un approccio politico con la fotografia. Un lavoro che richiedeva tempi lunghi e dava poi vita a dei libri, perché, diceva, i libri rimangono a testimonianza di un processo creativo.
Il parere di Denis Curti

Denis Curti ha motivato la predilezione di Berengo Garidin per il bianco e nero con l’esigenza di controllare tutto il processo, dallo scatto alla stampa, che per lungo tempo ha curato personalmente, aborrendo qualsiasi intervento. Detestava infatti “taroccare” (così diceva) le sue foto con il pc e photoshop. Aveva anche creato, a questo proposito, un timbro che apponeva sul retro delle stampe, riprodotto in mostra su una parete: “Vera fotografia, non corretta, modificata o inventata al computer”.
Lo sguardo di Berengo attraverso un obiettivo

Il suo sguardo, più che essere accostato al neorealismo italiano o di Bresson, si avvicinava piuttosto all’umanesimo di Willy Ronis con immagini prese sì dalla realtà, ma una realtà che egli stesso definiva non costruita, ma cercata. Una fotografia, quella di Berengo Gardin, dunque, che è stata di denuncia ma da cui traspare, allo stesso tempo, la poesia dell’atto fotografico che coglie l’unicità di momenti quotidiani, come nello scatto del “bacio rubato” sotto i portici di Piazza San Marco, presente in mostra. A raccontare questo sguardo sarà anche il documentario “Gianni Berengo Gardin”, di Giampiero D’Angeli, proiettato nella sala espositiva per tutta la durata della mostra.
Il commento del Direttore Generale della Fondazione di Venezia

“Questa esposizione è prima di tutto un omaggio a Gianni Berengo Gardin, uno dei più grandi interpreti della fotografia italiana e internazionale, capace di raccontare senza stereotipi l’anima dei luoghi e delle persone. Ma è una mostra che, attraverso il suo sguardo, vuol essere anche un omaggio a Venezia, a questa città all’interno della quale Palazzo Flangini si rivela sempre di più spazio aperto e condiviso”, ha sottolineato Giovanni Dell’Olivo, Direttore Generale della Fondazione di Venezia. “Attraverso lo sguardo di Berengo Gardin osserviamo Venezia nella sua interezza, con le sue sfide e i suoi problemi, ma anche nella sua straordinaria unicità, da cui sfociano le grandi opportunità che la città ha davanti e che dovrà saper cogliere. È una sfida che riguarda tutti, e che si può vincere in un solo modo: lavorando in sinergia e facendo rete. In questa nuova stagione che celebriamo oggi, la Fondazione si candida a essere sempre di più il perno strategico di questa rete”.
Il curatore

“Mostrare le immagini di Gianni Berengo Gardin”, ha dichiarato Denis Curti, curatore della mostra, “significa occuparsi di disciplina dello sguardo. Lunghi e approfonditi reportage, come Morire di classe o Dentro le case, collaborazioni con istituzioni prestigiose come il Touring Club e aziende come Olivetti. La sua lunga carriera è costruita sui temi dell’impegno sociale ed etico. Alle sue spalle quasi 300 libri e oltre 200 mostre. Numeri che ben restituiscono il peso specifico di uno dei più noti e rappresentativi personaggi della fotografia italiana”.
Gianni Berengo Gardin. La Venezia del maestro del bianco e nero
Fondazione di Venezia, Palazzo Flangini, Calle Flangini 252, Venezia
27 febbraio – 30 giugno 2026
Lun-Ven, 9.00-13.00/14.00-17.00
Sab e Dom, 10.00 – 17.00
Chiuso il 5 aprile
Ingresso libero
















































































