Per analizzare lo scenario elettorale,alla luce della legislatura che va in archivio che della scadenza del 23 e 24 novembre, abbiamo intervistato il giornalista Edoardo Pittalis, per anni voce direttore de Il Gazzettino, scrittore e profondo conoscitore della realtà veneta. “Ci sono temi scottanti anche nel Veneto: dalle lunghe attese nella Sanità alla crisi di molte aziende, dal record di cassa integrazione al calo del Pil veneto segnale da non sottovalutare. È un momento di scelta per la regione, quello in cui il Veneto deve chiedersi cosa farà da grande. La fine della stagione di Luca Zaia deve servire anche per crescere.” Tratto da Adige.tv
Direttore Pittalis di elezioni in Veneto ne hai viste e seguite parecchie. Questa legislatura regionale si è di fatto conclusa: come va in archivio secondo te ?
“ Ha chiuso l’era Zaia e va in archivio come la legislatura di Zaia. È stato il momento nel quale ha goduto della rendita maturata nella precedente legislatura, quella più mediaticamente esposta e anche popolare per una presenza quotidiana in tv e sui giornali perché ha coinciso con la diffusione drammatica del Covid che proprio in Veneto ha segnato la sua prima vittima nel febbraio del 2020. In quel momento Luca Zaia ha dimostrato appieno le qualità del leader assumendosi le responsabilità del ruolo, mettendoci la faccia anche nelle occasioni meno facili, coprendo anche spazi nazionali lasciati liberi dalle circostanze.
È stato rassicurante e severo contemporaneamente, non ha mai accettato chi offendeva la scienza e gli scienziati, ha spinto per la vaccinazione e predisposto centri regionali che hanno funzionato alla perfezione in momenti in cui era persino giustificata la confusione. Naturale che a epidemia scongiurata e con nuove elezioni tutto questo si trasformasse in un consenso personale enorme.”
Sui quindici anni di Luca Zaia, che anche in questi giorni è risultato essere il governatore con maggiore gradimento, che giudizio possiamo dare ?

“E’ stato il consenso all’uomo, non solo al suo partito o alla coalizione. Zaia in quell’occasione ha preso i voti anche di chi non lo aveva mai votato e forse non lo rivoterà. Era il voto alla persona che si era comportata all’altezza di una situazione eccezionale. E certo Zaia ne ha goduto per popolarità e per credibilità, anche se si è dato da fare per non essere confuso con quelli della pubblicità delle cucine, le più amate dagli italiani.
È stato il suo momento di consenso più alto, all’uomo più che alla sua coalizione. Sbaglierebbe chi pensasse a un trasferimento di quel successo con quei numeri sulle schede di oggi. Credo che il primo ad averlo capito sia lui e questo spiegherebbe il voler correre con una lista col suo nome scavalcando gli steccati di coalizione. Era il suo modo di misurare il suo potenziale oggi e qualcuno ha avuto paura di contarsi.”
Si è tanto parlato, probabilmente anche troppo, di un possibile nuovo mandato per Luca Zaia: non è che tutto questo mascherasse la difficoltà di trovare una vera alternativa?

“ Da quel 2020 ad oggi a destra molte cose sono cambiate, per alcuni partiti il peso elettorale non è più lo stesso e ha portato nuovi equilibri. Dover fronteggiare con i numeri l’eredità politica di Zaia risulta un esercizio particolarmente difficile. Probabilmente ciò ha reso complicato anche creare l’alternativa. Chiunque avrebbe dovuto confrontarsi con due avversari: quello dell’opposizione e il predecessore. Forse era anche il momento di un passo al lato, vent’anni al vertice di una Regione sono tanti, si rischia di passare direttamente alla monarchia. Ma tutto questo non autorizza a mettere da parte e quasi a dimenticare il peso di chi ha costruito nella regione qualcosa di duraturo e di solido, pur con i difetti inevitabili e con i contrasti. “
Venendo alla candidatura di Alberto Stefani, come si presenta secondo te? Più di qualcuno ritiene che sarà in qualche modo telecomandato proprio da Zaia. Potrà essere così?

“Ci si dimentica che la Lega è nata nel Veneto, che i suoi primi leader sono cresciuti da queste parti, che i più autorevoli e credibili esponenti in questo momento sono a Nordest. Penso all’uscente Zaia e al presidente Fedriga in Friuli-Venezia Giulia e, in prospettiva, all’attuale sindaco di Treviso, Conte. Questo spiega perché la Lega si sia arroccata nel Veneto, almeno nel Veneto, davanti alle richieste di FdI forte dei numeri a livello nazionale e della leadership della Meloni.
Tanto che la posta in palio è stata presto ribaltata: va bene la Regione resta alla Lega, con qualche condizione, ma se FdI risulterà il più votato in primavera sarà suo il candidato a sindaco di Venezia. E ci saranno anche le inevitabili pretese di Forza Italia che si è data una struttura diversa rispetto al passato. La Lega sconta poi la presenza e la posizione di Vannacci, uno col quale il Veneto – che pure lo ha votato per l’Europarlamento – non ha ancora fatto i conti. Quanto a Stefani, è giovane ma già esperto del mondo del suo partito e della politica.
Il confronto Luca Zaia – Alberto Stefani


Confrontarsi con un predecessore che è stato bravo è una sfida non una penitenza, trovare una tavola ben apparecchiata e ricca per tutti senza bisogno di chef stellati è un esercizio necessario per chi vuole governare e ha in testa gli altri più che se stesso e gli amici. Avere un predecessore disposto a darti un consiglio, non un suggerimento, a mettere a tua disposizione la sua esperienza, errori compresi, è una fortuna che tocca a pochissimi. Voltarsi dall’altra parte è da stupidi. Forse Zaia ha lasciato il senso della lezione nel discorso fatto poco tempo fa per i cinque anni dall’epidemia del Covid, ricordando pagine drammatiche, elenchi di vittime (più di 17 mila morti soltanto nel Veneto), sacrifici di medici e sanitari, campagne di vaccinazione promosse senza badare agli anti di ogni cosa.
Ha detto Zaia che bisogna “preparare il sistema a reagire rapidamente a potenziali nuove epidemie”. Ecco, il senso di un buon politico, giovane o vecchio che sia, è quello di preparare il sistema a reagire al pericolo, anche a quello potenziale. Fortunatamente non si tratta sempre di epidemie, ma i pericoli sono tanti: i morti sul lavoro, i morti sulle strade, i disoccupati, gli anziani senza case di riposo, i bambini senza asilo, la gente senza casa, le fabbriche che non trovano operai… Pericoli che non hanno colore politico o di partito.”
Il centrosinistra con Giovanni Manildo sembra aver trovato una candidatura realmente in grado di competere, probabilmente più delle ultime proposte. Anche tu sei di questo avviso?

“Penso che Manildo sia il candidato migliore che oggi il centrosinistra potesse trovare e schierare. Ha fatto molto bene da sindaco di Treviso, è un uomo che ha sempre applicato il realismo alla politica, con convinzione, con una visione sana delle cose. Certo ha davanti una strada piena di difficoltà, da qualche decennio ormai il Veneto alle elezioni regionali va da una parte ben definita e lascia pochi margini all’incertezza. Sono lontani i tempi in cui la Dc era chiamata la “Balena bianca” perché anche nuotando lentamente controllava tutto il mare; lontani anche i tempi di una sinistra capace di dialogare e fronteggiare.
La rivoluzione post-Tangentopoli nel Veneto ha lasciato un quadro spesso diverso da quello nazionale. L’affermazione della Lega, da Gobbo, Gentilini sino a Zaia, è stata evidente. Credo che se la Lega del Veneto avesse voluto o avesse trovato – anche di recente – un po’ più di coraggio al momento giusto sarebbe arrivata alla direzione del partito nazionale. Forse un domani qualcuno spiegherà questo mancato passaggio.
Altri aspetti?

E c’è un altro aspetto: erano tempi in cui gli avversari politici erano avversari, non nemici. Era politica, non guerra. Soprattutto mediatica, sui social, senza contraddittorio, senza domande, senza confrontarsi con la verità. Ma torniamo a Manildo, è un buon candidato e ha costruito alla sua maniera una maglia unita. È singolare che il centrosinistra perda in Regione e vinca, invece, nelle città: da Verona a Vicenza a Padova… è qualcosa sulla quale riflettere. Penso che molti voti si troveranno o si perderanno sui programmi. Ci sono temi scottanti anche nel Veneto: dalle lunghe attese nella Sanità alla crisi di molte aziende, dal record di cassa integrazione al calo del Pil veneto segnale da non sottovalutare.
È un momento di scelta per la regione, quello in cui il Veneto deve chiedersi cosa farà da grande. La fine della stagione di Zaia deve servire anche per crescere. C’è davanti un futuro che può essere soltanto turistico e pochissimo industriale, dipenderà dalle scelte e dalle opportunità. C’è la prospettiva di un’economia da riassestare: cosa sarà dell’agricoltura? E l’industria vinicola reggerà allo scossone dei dazi Usa? E come si sostituirà un mondo del risparmio e della finanza che è stato massacrato e impoverito dallo scandalo delle due banche che erano l’orgoglio di un’imprenditoria del territorio? L’elenco potrebbe continuare. Certo non c’è l’autonomia, seppure differenziata, ma mi pare che nessuno in questo momento sventoli quella bandiera.”
Per chiudere, da giornalista te la senti di dare un consiglio a Stefani e uno a Manildo? E ci potrà essere qualche sorpresa da parte degli altri candidati o sarà esclusivamente una corsa a due?


“Sarà corsa a due. Del resto cinque anni fa mi sembra che i candidati fossero almeno il doppio. Piuttosto c’è da notare l’assenza di una candidatura femminile alla presidenza. Quanto ai consigli, credo che Stefani e Manildo sappiano sbagliare da soli senza l’aiuto mio. E poi i giornalisti non consigliano i candidati, aspettano che vengano eletti e poi esercitano l’unico vero potere concesso alla stampa: controllare il potere, evitare che esondi, che neghi, che favorisca. Nessuna democrazia può fare a meno di un’informazione libera e varia, più voci ci sono e più è sana quella democrazia. L’informazione è come un coro, non importa che tutti siano intonati, importa che tutti possano cantare.”
















































































